CREDIT RISK MANAGEMENT: UN APPROCCIO DINAMICO CON RATING STANDARD

Alla luce delle raccomandazioni dell’Unione Europea n° 2014/133 e n° 2015/818 (recepite dal nostro legislatore con il D. Lgs 155/2017), il nuovo Codice della Crisi d’Impresa e d’Insolvenza (CCII) incalza la corporate governance a far propria e a stabilire la necessità di una efficiente gestione dei rischi d’impresa tramite la tempestiva prevenzione e la corretta mitigazione dei rischi, al fine di trasformare la minaccia in un vantaggio competitivo a beneficio di tutti gli stakeholders: azionisti, finanziatori, management, dipendenti, clienti, fornitori.

E con il nuovo CCII gli organi amministrativi sono tenuti a passare da un approccio statico ad un approccio dinamico della gestione del rischio, tale da consentire loro di avere una piena comprensione della realtà interna all’azienda.

Si tratta in sostanza di dare la massima importanza alla valutazione dei rischi d’impresa, perché ogni impresa – lo sappiamo per esperienza diretta – vive in un ambiente incerto, fluido, spesso inafferrabile, sempre pieno di rischi e tranelli, e ogni rischio può produrre effetti negativi, e d’altra parte è sempre difficile misurare l’eventualità di un danno derivante dai processi in corso e (tanto più) dagli eventi futuri.

E poi sappiamo tutti che ci sono rischi e rischi: rischi provenienti più o meno direttamente  dall’ambiente esterno o da esso derivanti per situazioni contingenti e/o provocati da agenti estranei all’attività imprenditoriale: il contesto socioeconomico e geopolitico in cui l’azienda opera, il tessuto normativo e regolamentare, gli eventi naturali (particolarmente per il settore agricolo) e i fenomeni di origine atmosferica, ambientale, accidentale; mentre i rischi interni, dipendenti cioè da fattori endogeni (come le strategie aziendali, i modelli organizzativi e di corporate governance, l’efficienza nel monitoraggio e nella gestione del rischio di credito) vengono troppo spesso trascurati o tacitamente esorcizzati: è un rischio interno l’analisi o la mancata analisi di una struttura finanziaria di sostenibilità di medio-lungo periodo, come è un rischio interno l’analisi o la mancata analisi di redditività e di comparabilità.

Certo, è oneroso per il piccolo imprenditore e per la media impresa (PMI) darsi una struttura concettuale, conoscitiva, strumentale che sia in grado di analizzare efficacemente il proprio mercato. Ma qui si tratta generalmente di rischi strettamente collegati ad azioni poste in essere dall’azienda per il perseguimento dei propri obiettivi.

 

Tuttavia sarà sempre importante, preventivamente, conoscersi bene e sottoporre a un corretto esame i propri rischi interni, che per lo più prendono forma e consistenza in assenza di efficienti attività di controllo e mitigazione ai rischi, i quali esistono indipendentemente dalle eventuali azioni mitigatrici poste in essere e dalle variabili esogene, esterne.

Cosa significa in sostanza, individuare (prima) e gestire (poi) i rischi?

Significa individuare e analizzare (x-ante) quali possibili eventi negativi possono avverarsi e che impatto possono avere sull’attività aziendale nelle rispettive aree di interesse (area operativa tipica, area accessoria, area finanziaria ed area fiscale). La classificazione corrente suddivide questi possibili eventi negativi in sei categorie:

- rischi strategici: derivano dalle decisioni prese dal management, come per esempio la delocalizzazione o la scelta di un nuovo fornitore strategico;

- rischi finanziari: derivano fondamentalmente dalle scelte che riguardano le fonti di finanziamento e la gestione della tesoreria;

- rischi operativi: derivano dalle attività organizzate e poste in essere nel processo quotidiano dell’attività imprenditoriale;

- rischi commerciali: derivano dal rapporto con i mercati di riferimento, per esempio dal grado di percezione dei prodotti presenti nel mercato, dalla reputazione corrente, dall’offerta dei prezzi, dalle capacità di entrare in relazione con i clienti;

- rischi tecnologici: derivano dal livello delle proprie capacità di innovazione;

- rischi fiscali: derivano non solo dal livello di effettiva tassazione, ma anche dalla capacità dell’azienda di operare con strutture organizzative adeguate e consone allo svolgimento del business, per non correre il rischio di operare in violazione di norme di natura tributaria e in contrasto con i principi e le finalità dell’ordinamento.

 

Fatte queste premesse generiche sono utili per osservare che la maggior parte delle indagini che vengono svolte nel rapporto banca-impresa in vista dell’ottenimento di finanziamenti da parte dell’impresa, fanno ancora particolare riferimento ai metodi di valutazione in essere da Basilea 2 a Basilea 3 che sono importanti per i finanziamenti da parte dell’impresa i quali utilizzano matrici con Indicatori standardizzati per la maggiore a vasti segmenti di Imprese che per loro natura sono differenti tra loro ancorché appartenenti a medesimi settori.

Evidenziamo in questo articolo che ad oggi le imprese vengono “classate” o meglio, suddivise in classi di meritevolezza attraverso calcoli di rating (valutazioni) che possono essere sia interni alla Banca sia esterni, ossia promulgati da agenzie esterne. Su questo punto si vuole osservare che i principali modelli di rating vengono utilizzati in maniera standardizzata attraverso un numero esiguo di pochi indicatori il cui significato di fondo, tuttavia, fa parte di una più larga famiglia di indicatori in uso nella scienza dell’economia e della finanza aziendale. E’ doveroso infatti domandarsi se la credibilità di un’azienda possa realmente poggiare il suo fondamento attraverso indicatori standardizzati i quali offrono rating di valutazione e parametrati con un numero di indicatori esiguo. Il dato di fatto più importante è che il sistema bancario sia stato indotto attraverso i sistemi di Basilea a poter concedere nuova finanza a realtà che non erano meritevoli della concessione di nuove risorse finanziarie, e questo dato di fatto è oggettivamente dimostrato dall’eccessivo numero di “non performing loan” senza mai divenire ad una trasparente ottimizzazione delle informazioni esposte nel Bilancio.

Non è un caso che in Italia, alla luce del recente passato caratterizzato da una dirompente crisi finanziaria si sia sviluppato il business della cartolarizzazione di crediti inesigibili (o non performanti – non performing loan -).  E’ infatti di fondamentale importanza evidenziare che il sistema di Basilea ha portato a notevoli criticità nel rapporto banca-impresa (e nel sistema bancario) e che, alla luce delle possibilità offerte dalle tecnologie avanzate, potrebbe portare questi modelli di “rating” ad uno stato di obsolescenza e disuso, o meglio di superamento da sistemi di monitoraggio dinamici.

Ebbene, i calcoli con i rating “standard” utilizzati per la maggiore dal mondo bancario come lo sono il sistema di Rating Z-Score di Altman ad esempio il quale per esempio utilizza per tutte le imprese di un settore determinato, i valori di una struttura patrimoniale d’impresa (attivo e passivo corrente) che contengono variabili di natura finanziaria con variabili di natura operativa (più strettamente legate alla gestione caratteristica) al fine di ottenere il classico indicatore di liquidità “current ratio”, potrebbe essere un sistema ormai superato ed obsoleto poiché detto valore potrebbe avere poco senso in vista di un giudizio diagnostico formulato sulla sostenibilità finanziaria dell’impresa in seno al business operativo.

Da qui la nuova cultura volta alla trasparenza informativa di Bilancio conduce inevitabilmente ad una maggiore intellegibilità del Bilancio che viene rappresentato agli stakeholders anche per altre motivazioni, le più importanti sono il livello dei Non Performing Loan che hanno portato ad un alto rischio finanziario nel passato e da cui scaturiscono Direttive sulla Trasparenza delle informazioni che non potranno più essere informazioni univoche tra due interlocutori ma informazioni condivisibili da tutti gli stakeholders. 

 


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VALUTAZIONE DELLE PARTECIPAZIONI: AL COSTO O AL "FAIR VALUE" ?

In questo articolo, riassumo i concetti fondamentali alla base della valutazione delle partecipazioni che un’azienda possiede in imprese controllate, collegate e/o Joint Venture ed i cui valori economici sono leggibili nello stato patrimoniale di bilancio dell’Impresa Italiana alla voce B III 1) a); b) c) d) d-bis) Immobilizzazioni finanziarie o alla voce C III 1); 2) 3) 3-bis) 4) dell’Attivo circolante partendo per gradi.

 

Come si valutano le interessenze partecipative in ottica di continuità aziendale ? 

In questo articolo, riassumo i concetti fondamentali alla base della valutazione delle partecipazioni che un’azienda possiede in imprese controllate, collegate e/o Joint Venture ed i cui valori economici sono leggibili nello stato patrimoniale di bilancio dell’Impresa Italiana alla voce B III 1) a); b) c) d) d-bis) Immobilizzazioni finanziarie o alla voce C III 1); 2) 3) 3-bis) 4) dell’Attivo circolante partendo per gradi.

Il Codice Civile Italiano distingue tra partecipazioni e titoli iscritti tra le Immobilizzazioni finanziarie e l’attivo circolante del Bilancio d’esercizio (o del Bilancio “separato” quando richiesto dalla Legge e presentato dalla società capogruppo). E’ importante sottolineare che la scelta di dove iscrivere questi valori nel bilancio di esercizio si fonda sul criterio di destinazione di tipo “funzionale” (OIC 21) e che, benché la destinazione è strettamente collegata alle decisioni strategiche degli amministratori, la stessa ha degli effetti fiscali nel reddito d’impresa.

Ai fini di una analisi del Bilancio di un’impresa i valori economici possono essere riclassificati facendo un distinguo tra partecipazioni “strategiche” (quando iscritte nelle Immobilizzazioni finanziaria) e partecipazioni “non strategiche” (quando iscritte nell’attivo circolante).

 

Cosa dice la disciplina economico aziendale ?

Le “immobilizzazioni finanziarie” sono valori economici, espressione di cicli di processi produttivi non conclusi da parte dell’azienda, che costituiscono investimenti non temporanei in partecipazioni talora rappresentate da titoli mobiliari. Possono risultare di valore inferiore a quello iscritto in bilancio, in tal caso occorre procedere alla loro svalutazione. (Ferdinando Superti Furga – Reddito e Capitale nel Bilancio di esercizio).

Cosa dice la Legge dello Stato (Civil Law) in tema di valutazione di partecipazioni ?

Bisogna ricordare che il Codice Civile statuisce la clausola generale del Bilancio con l’articolo 2423 del C.C. che scrive: “il bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società”. Da qui i principi fondamentali della Legge dello Stato Italiano in tema di Bilancio: principio di “prudenza”, principio di “chiarezza e comprensibilità”, principio di “neutralità ed imparzialità”, principio di “competenza”, principio di “significatività e rilevanza”. L’art. 2423-bis del Codice Civile dice: n°1) “le valutazioni delle voci di bilancio devono essere fatte secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività” e, n°5), salvo casi eccezionali, n°6) “i criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all’altro”.

 

Per quanto qui ci interessa, riguardo i “criteri di valutazione” delle Immobilizzazioni Finanziarie - assets partecipativi - il comma 1 al punto 4) dell’articolo 2426 del C.c. sancisce che: le partecipazioni detenute in Società controllate o collegate iscritte nell’attivo patrimoniale tra le Immobilizzazioni finanziarie, possono essere valutate, anziché con il criterio del “costo storico”, per l’importo corrispondente alla frazione di patrimonio netto della controllata o collegata (ovvero con il “metodo del patrimonio netto” anche conosciuto come metodo del “costo rettificato”) risultante dal bilancio della partecipata, a condizione che detto valore sia superiore al valore di costo. Cosa dicono i Principi Contabili Italiani dell’OIC (Organismo Italiano di Contabilità) ?  I principi contabili nazionali forniscono le linee guida per la contabilizzazione, valutazione e rappresentazione delle partecipazioni e altri titoli in Bilancio. I documenti di riferimento sono il principio OIC 21 (ex OIC 20).

Un importante cambiamento legislativo è stato a seguito della Direttiva UE 2013/34/EU, recepita con il D.L. n°91 del 24 Giugno 2014 che all’art. 127-quinquies (convertito in Legge n°116 dell’11 Agosto 2014) la quale ha liberalizzato l’utilizzo degli International Financial Reporting Standard (IFRS) nel bilancio di esercizio di qualunque società di capitali Italiana. Tuttavia si è  mantenuta la prassi del Decreto 38/2005 che ha proibito l’uso degli IFRS per la redazione del bilancio individuale di società Italiane che non hanno superato i limiti quantitativi in termini di fatturato, totale attivo e  numero medio di dipendenti dell’anno stabilito con l’art. 2435-bis del Codice Civile per la redazione “facoltativa” del Bilanci in forma abbreviata includendo anche le società di capitali incluse nel bilancio consolidato di un gruppo IFRS.

Da qui iniziò il processo di revisione dei principi contabili nazionali già avviato nel 2010 nella forma voluta dallo “standard setter” nazionale, anche per il principio OIC 21 – PARTECIAZIONI -.

Da allora sono scaturite un set di norme tecniche fatte da consulenti esperti aventi un background non unicamente “professionale” ma tale da assicurare che tutte le categorie degli “stackholders”siano state prese in considerazione. Ad oggi, l’OIC 21 pubblicato il 21 Dicembre del 2016,  statuisce la norma di regolamento secondo cui le partecipazioni sono rilevate inizialmente al valore di costo oltre gli oneri accessori. Mentre per le valutazioni successive, le partecipazioni mantengono il valore di costo, salvo i casi in cui alla data di chiusura dell’esercizio la partecipata risulta durevolmente  di valore inferiore al valore di costo. Per questo si dovrà determinare (o stimare) il suo valore recuperabile sulla base dei benefici futuri che si prevede affluiranno all’impresa.

 

Cosa dicono i Principi Contabili Internazionali dello IASB (International Accounting Standards Board) ? 

Il “framework” dei principi contabili internazionali (quadro sistematico per la preparazione e la presentazione del Bilancio) al par.35 prescrive il rispetto del principio della “prevalenza della sostanza sulla forma”. Questo principio è richiamato anche nel principio contabile internazionale (IAS 27) che viene applicato dalle Imprese che redigono il bilancio consolidato/separato delle società partecipate e quindi adottando anche altri principi contabili internazionali come lo IAS 8, IAS 17, IAS 24, IAS 32 IAS 31, IAS 39 e IAS 38 a seconda delle attività che debbono essere considerate.

Per quanto qui interessa, in tema di interessenze partecipative (partecipazioni in imprese controllate, collegate e Joint Venture), lo IAS 27 demanda agli amministratori la facoltà di decidere come valutare le società partecipate in capo alla casa madre “capogruppo”, optando per la scelta di due criteri base: a) criterio del “costo storico” (in questo caso la società valuta la società partecipata – anche estere – al costo di acquisizione dei titoli e/o strumenti finanziari iscritti tra le attività finanziarie dell’attivo fisso). b) criterio del “fair value” (valore equo) come scritto nel principio contabile internazionale IAS 39 e divenuto applicabile con il Regolamento UE del 19.11.2004 n°2086.

Il metodo del “fair value” (o valore di mercato) consente di misurare il valore economico dell’investimento nella partecipata. Lo IAS 39 suddivide gli strumenti finanziari in quattro categorie fondamentali da tenere in considerazione per le successive valutazioni delle attività finanziarie a cui si riferiscono: Strumenti detenuti a scopo di negoziazione (variazioni a conto economico); Strumenti detenuti sino a scadenza (variazioni al costo ammortizzato); Prestiti e crediti (variazioni al costo ammortizzato); Strumenti disponibili per la vendita (variazioni vanno imputate al patrimonio netto); Si precisa che la natura dei crediti e dei debiti è “finanziaria” e non commerciale. A distanza di tre anni, nel 2007, viene introdotto il principio IFRS 7 “strumenti finanziari ed informazioni integrative in bilancio” che si applica alle Banche ed alle Istituzioni finanziarie. Ad oggi, le partecipazioni sono considerate ai fini dell’applicazione del principio IFRS 9 alla stregua di strumenti finanziari valutati al “fair value” con contropartita tra gli altri componenti del risultato d’esercizio. Mentre per quanto riguarda le partecipazioni qualificate, il principio IFRS 10 richiede obbligatoriamente il consolidamento integrale delle controllate. Cosa dicono i Principi Internazionali di Valutazione dello IVSC (International Valuation Standards Council) ? 

Per chi non ne fosse al corrente, l’International Valuation Standards Council (IVSC) è un’organizzazione privata indipendente con sede a Londra, senza scopi di lucro, fondata nel 1981 a Melbourne (Australia) da circa una ventina di organizzazioni di professionisti allo scopo di sviluppare e diffondere principi di valutazione di aziende e singole attività e passività patrimoniali.Questa organizzazione ha sempre più avuto peso nel mondo delle valutazioni tanto che lo IVSC firmò un protocollo d’intesa con l’International Financial Reporting Standard Foundation (IFRS) allo scopo di apportare miglioramenti nella prassi delle valutazioni al fine della redazione del Bilancio di esercizio. In tema di valutazione di attività patrimoniali aventi per oggetto le partecipazioni in altre imprese, il nostro lettore potrà pesare cosa dicono i principi di valutazione internazionali (IVS). In linea generale, il principio (IVS 200) stabiliscono approcci valutativi come il “market approach” , “income approach“, “cost approach“, “net asset approach/asset approach“. E’ comunque necessario porre enfasi sul fatto che gli (IVS) “International Valuation Standards” a differenza di quanto accade in Italia, disciplinano un codice etico della Valutazione ed anche il processo di valutazione con l’IVS 102 – Implementation. Questo principio inoltre, precisa che, l’incaricato alla Valutazione di Aziende e Interessenze partecipative (IVS 200) deve essere affidato a professionisti che hanno adeguata competenza e preparazione su ciò a cui sono chiamati a valutare, vietando all’esperto “generalista” di poter accettare un incarico solo perché conosce la contabilità in quanto l’azienda vive in un mercato in un settore specifico. Inoltre, sempre il principio di “implementation” (IVS 102) l’esperto dovrà adottare un approccio valutativo in relazione a tre fattori fondamentali: finalità del lavoro; informazioni disponibili; prassi del settore in cui opera l’azienda. Da ciò ne discende che, se lo scopo dell’incarico è redigere un Piano Industriale o Business Plan per gli ”stackeholder” dell’Azienda (finanziatori e Banche) la cui finalità sia quella di approvvigionamento di nuove risorse finanziarie per l’Impresa, si dovrà necessariamente tenere in considerazione la nuova prassi del settore Bancario, ovvero, Basilea 3 e quindi valutare l’azienda non più con assets al “costo storico”, ma al “fair value”. A maggiore ragione se la finalità del lavoro per cui si svolge una valutazione dell’azienda, è la richiesta di nuova finanza.

 

In conclusione, con l’arrivo di Basilea 3, le probabilità di insolvenza e di fallimento richiederanno una maggiore analisi in maniera prospettica da parte di coloro che valuteranno le attività finanziaria al “fair value” con approcci e tecniche finanziarie per flussi con ogni probabilità. Esistono diversi punti di vista tecnici a tale fine per l’approccio valutativo in seno alla ri-determinazione del valore delle attività come dice IASB (che intende essere il “fair value”) e come invece dice l’IVSC.

La rideterminazione del valore di un asset partecipativo utilizza un metodo riconducibile al “costo storico” in quanto il valore dell’attività è funzione del costo che si dovrà sostenere per rimpiazzarla con una analoga attività avente medesima capacità d’uso.

Purché la metodologia del “costo storico” sia valida e riconosciuta come colonna portante della Legge dello Stato Italiano, sono molte le perplessità da parte degli Investitori e dei finanziatori (potenziali) che questa metodologia di valutare le partecipazioni, possa ritenersi ancora una informativa trasparente sulla sostenibilità finanziaria dell’azienda. Non vanno certo dimenticati i numerosi casi di società che hanno ricorso al credito con Bilanci presentando valori di attivo patrimoniale valutato al “costo storico” al fine di approvvigionare nuova finanza ed indebitandosi ulteriormente con la conseguenza di esporre le stesse Banche finanziatrici al rischio di credito ed al rischio di insolvenza per nuove aperture di linee di credito a breve o Mutui. Infatti, si ricorda che con “Basilea 2”, le Banche recepivano il Business Plan (o Piano Industriale) dagli amministratori, partendo da Bilanci che mantenevano valori delle attività patrimoniali e finanziarie iscritte al “costo storico” senza preoccuparsi se la base di partenza era il valore effettivo dell’azienda.

Ancora oggi, rimane discutibile quale tra i metodi di valutazione potrebbe essere maggiormente rispondente al principio della “sostanza” che prevale sulla “forma”, principio che viene ricercato sia a livello OCSE che a livello di Autorità fiscali e finanziarie. Costo storico o Fair Value ? 

Alcune PMI che operano in determinati settori vengono valutate al “fair value” dagli Investitori in quanto è una metodologia di valutazione degli Investimenti di lungo periodo (attività non correnti) consolidata in tutti i Paesi dell’Unione Europea. E quindi, il valore dei beni dell’azienda iscritto nell’attivo patrimoniale è finanziato in parte dal capitale di rischio dei soci che sopportano il rischio d’impresa, ed in parte da finanziatori esterni (Banche o Privati) che hanno altre esigenze conoscitive. Come ad esempio, di venire informati o meglio aggiornati in tempi ristretti se l’azienda sta andando bene e quindi sta migliorando sul mercato o sta subendo cali di redditività in quanto l'esigenza principale è quella di monitorare i rischi.

A nostro avviso, bisognerà tenere contezza adeguata del rischio finanziario, del rischio di credito e del rischio di mercato delle PMI in quanto l’impresa vive in contesti ambientali dinamici ed ogni mercato ha una sua vita dinamicità ed evoluzione, nessun mercato è perpetuo. Va da se che le informazioni da tenere in considerazioni sono molte più di quelle meramente contabili del Bilancio per addivenire ad un "Fair Value" del valore della partecipazione iscritta tra le Immobilizzazioni Finanziarie.  

 

 


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ATAD: XBRL DATA ANALYTICS ENGINE HELPS MONITORING FISCAL RISK

Con l’entrata in vigore, dal 1 gennaio 2019, della Direttiva UE anti-elusione n. 1164 del 12 luglio 2019, la c.d. “ATAD”, recepita in Italia tramite il D.Lgs. 29 novembre 2018 n. 142 che, all’ Art. 1, ha appositamente modificato l’ Art. 96 del TUIR in materia di deducibilita’ degli interessi passivi,  la posizione finanziaria delle societa’, soprattutto se appartenenti a gruppi, deve essere oggetto di un costante monitoraggio. 

Le scelte in materia di indebitamento, e di conseguente pagamento di interessi passivi, possono infatti determinare in specifici esercizi, già a livello di singole società, una situazione di squilibrio finanziario – in termini di eccessivo indebitamento in proporzione ai mezzi propri – senza neanche la piena deducibilità  degli interessi passivi, qualora l’ importo di questi ultimi ecceda i limiti indicati dall’ Art. 96, commi 1 e 2, e debba essere, per l’ eccedenza,  “trasportato” in esercizi successivi. 

L’ Art. 96 TUIR rende le scelte effettuate in un determinato esercizio importanti anche per la possibilità di deduzione negli esercizi successivi, date le possibili situazioni di “eccedenze di interessi passivi”  o, al contrario, di “eccedenze di interessi attivi” o di “eccedenze di ROL”.

Gli interessi passivi  e gli oneri finanziari assimilati che, per effetto della limitazione generale alla deducibilità ,  risultano indeducibili in un determinato periodo (eccedenza di interessi passivi), sono infatti deducibili dal reddito dei successivi periodi di imposta per un ammontare pari alla capienza esistente in ogni esercizio futuro (pari alla differenza fra la somma degli interessi attivi e dei proventi finanziari assimilati di competenza con il 30% del risultato operativo lordo della gestione caratteristica [ROL] da un lato, e gli interessi passivi di competenza del periodo dall’altro lato).

Anche nel caso opposto, in cui, in un periodo di imposta,  l’ importo degli interessi attivi e dei proventi finanziari assimilati di competenza sia superiore (eccedenza di interessi attivi) alla somma fra interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati di competenza dell’ esercizio e gli interessi passivi ed oneri finanziari assimilati riportati da precedenti periodi di imposta, tale eccedenza di interessi attivi puo’ essere riportata in successivi esercizi.Qualora, infine,  in un periodo di imposta il 30% del ROL superi la somma fra l’ eccedenza degli interessi passivi (ed oneri finanziari assimilate) sugli interessi attivi (e proventi finanziari assimilati) e l’ importo degli interessi passivi (e degli oneri finanziari assimilati) riportati da precedenti periodi di imposta,  e parte del 30% del ROL (eccedenza di ROL) risulti dunque inutilizzabile per il periodo di imposta considerato, tale parte può essere portata ad incremento del reddito operativo lordo utilizzabile nei cinque periodi di imposta successivi.

Queste possibili eccedenze di interessi passivi, o, al contrario, di interessi attivi o di ROL, determinano,  nel caso di società appartenenti a gruppi, dunque di partecipazione al consolidato nazionale di cui agli Art. da 117 a 129 del TUIR, la necessita’ di  distinguere fra eccedenze verificatasi precedentemente o successivamente all’ingresso nel consolidato nazionale e, per le eccedenze verificatesi successivamente alla inclusione nel consolidato, di individuare i limiti alla loro utilizzabilità a beneficio dell’ abbattimento del reddito complessivo di gruppo. Al riguardo, l’ Art. 96, comma 14,  prevede che l’ eventuale eccedenza di interessi passivi ed oneri assimilati indeducibili verificatasi in capo ad un soggetto può essere utilizzata per ridurre il reddito complessivo del gruppo se e nei limiti in cui, per lo stesso periodo di imposta, altri soggetti inclusi nel consolidato presentino una eccedenza di ROL anche riportata da precedenti periodi, o una eccedenza di interessi attivi e proventi finanziari assimilati di competenza del periodo di imposta o riportati da periodi di imposta precedenti, non anteriori all’ ingresso nel consolidato.Appare tuttavia immediatamente constatabile che, per ogni singolo esercizio amministrativo e, correlativamente, per ogni singolo periodo di imposta, l’ammontare degli interessi passivi, cosi’ come l’ ammontare  degli interessi attivi, risultano dipendenti dalla posizione finanziaria netta della singola società in termini di eccedenza delle passività finanziarie correnti e non correnti sulle attività finanziarie correnti e non correnti o viceversa, e,  per un gruppo nel suo complesso,  risultano dipendenti dalla posizione finanziaria netta infragruppo, cioè dalla differenza fra attività e passività di natura finanziaria correnti e non correnti di tutte le società incluse nel consolidamento.

Nell’attuale fase di bassi tassi di interesse, l’ammontare delle attività e passività finanziarie costituiscono inevitabilmente, in misura ben maggiore rispetto ai tassi di interesse, la determinante delle eccedenze di interessi passivi o delle eccedenze di interessi attivi. 

Ne deriva una fondamentale conseguenza ai fini da un lato di un più immediato inquadramento della propria situazione da parte delle imprese, in sede di  applicazione dell’ Art. 96 del TUIR risultante dal recepimento dell’ ATAD e delle condizioni ivi previste per la deducibilità degli interessi passivi,  dall’altro ai fini di una più agevole selezione, da parte dell’ amministrazione finanziaria,delle societa’ sulle quali operare le verifiche (anche) di una corretta applicazione delle disposizioni dello stesso Art. 96.

Questa conseguenza consiste nell’ importanza segnaletica di tre specifici indicatori di bilancio e della loro evoluzione dinamica da un esercizio amministrativo/periodo di imposta all’altro:

-la posizione finanziaria netta infragruppo, cioè la differenza fra attività e passività finanziarie correnti e non correnti tra le imprese participate, che valorizza in termini assoluti la situazione di (dis)equilibrio finanziario all’ interno del gruppo;

- il costo del debito finanziario, ossia il peso degli oneri finanziari totali contabilizzati dalla capogruppo rispetto al totale dei debiti di natura finanziaria fra le società participate,  dato dal rapporto fra oneri finanziari e debiti finanziari a breve infragruppo,  

- il grado di finanziarizzazione del gruppo, dato dal rapporto fra la posizione finanziaria infragruppo ed il patrimonio netto complessivo dell’ impresa infragruppo. 

Specificamente, con riferimento ad un determinato esercizio amministrativo/ periodo di imposta, un valore positivo della posizione finanziaria netta infragruppo – quindi una eccedenza delle attività finanziarie rispetto alle passività finanziarie – segnala già la verosimile presenza di interessi attivi superiori agli interessi passivi, cioè di una eccedenza di interessi attivi,a valere sulla quale puo’ essere utilizzata, ex Art. 96 comma 14, l’ eventuale eccedenza di interessi passivi indeducibili verificatasi in capo ad un soggetto del gruppo.  Viceversa, una posizione finanziaria netta infragruppo negativa segnala l’ impossibilita’ di effettuare la compensazione ex Art. 96, comma 14, e di conseguenza la necessita’ di riporto in avanti, ad un successivo periodo di imposta, per la stessa società che abbia registrato l’ eccedenza di interessi passivi. Una ulteriore indicazione circa l’ esistenza di una eccedenza di interessi attivi utilizzabile ex Art. 96, comma 14, puo’ dedursi, in caso di  posizione finanziaria netta infragruppo positiva,  dal costo del debito finanziario: un basso valore percentuale degli oneri finanziari totali contabilizzati dalla capogruppo rispetto al totale dei debiti di natura finanziaria fra le società participate,  segnala – in misura tanto maggiore quanto minore risulta tale rapporto percentuale - il ruolo determinante della posizione netta infragruppo. Il grado di finanziarizzazione del gruppo segnala infine, in misura tanto superiore quanto più elevato risulta il rapporto fra posizione finanziaria infragruppo e patrimonio netto complessivo della società infragruppo, il ruolo dell’ eccedenza di interessi passivi o dell’ eccedenza di interessi attivi nella determinazione del reddito imponibile.

Nell’ ottica dell’ amministrazione fiscale, tali indicatori possono  dunque assumere una fondamentale valenza segnaletica quale primo riscontro effettuabile, in via preliminare,  in sede di controllo delle dichiarazioni presentate dalle società infragruppo e della corretta applicazione, o meno, dell’ Art. 96. 

L’ ATAD  - come evidente dall’ Art. 1 della Direttiva – si applica a società appartenenti a gruppi di tre possibili configurazioni: società appartenenti  a gruppi esclusivamente italiani; società appartenenti a gruppi aventi la controllante in Italia e controllate sia in Italia che in altri Paesi UE; gruppi aventi le società controllanti residenti in altri Stati UE e controllate residenti in Italia, i quali ultimi gruppi, ai sensi dell’ Art.  117 del TUIR, comma 2, possono trovarsi nella condizione di avere una stabile organizzazione che assuma la qualifica di consolidante, o – in assenza – possono designare una società residente (controllata) ad esercitare l’ opzione per la tassazione di gruppo (Art. 117, comma 2-bis).   Con l’esercizio di tale opzione per la tassazione infragruppo in Italia tramite una loro stabile organizzazione, od una loro controllata italiana, in qualità di consolidante, tali gruppi – per la parte delle affiliate rientranti nella disciplina del consolidato nazionale dettata dal TUIR -  rientrerebbero anche nell’ ambito di applicazione dell’ Art. 96, comma 14.  Tuttavia, tali gruppi hanno anche la possibilità di confrontare le scelte effettuate dal legislatore italiano nell’ Art. 96 con le scelte effettuate in sede di recepimento dell’ ATAD da altri Stati dell’ UE,  e di cogliere proprio le le differenze fra le scelte operate dai singoli legislatori nazionali negli Stati di interesse per disegnare una pianificazione fiscale intra-comunitaria finalizzata a massimizzare le possibilità di deduzione degli interesse a livello complessivo.  In luogo della scelta di designare una stabile organizzazione italiana od una società  controllata in Italia ad effettuare l’ opzione per il consolidato nazionale e di rientrare nell’ambito dell’ Art. 96 con le relative condizioni per l’ utilizzo delle eccedenze di interessi passivi, di ROL o di interessi attivi, tali gruppi possono dunque effettuare il consolidamento previsto dalla normativa dello Stato di residenza fiscale della società controllante se in grado di condurre ad un piu’ favorevole regime di deducibilità degli interessi passivi,  come possibile, ad esempio, qualora tale Stato – diversamente dall’Italia – abbia concesso le opzioni indicate dall’ Art. 4 dell’ ATAD ai paragrafi 3 (deduzione  integrale degli oneri finanziari  fino a 3.000.000,00 €)e 5 (possibile deduzione oneri finanziari eccedenti).

Cio’ implica che gli indicatori in precedenza esposti,  tratti dai dati delle poste di bilanci depositati in formato “eXtensible Business Reporting Language” (XBRL), divengono ulteriormente importanti nel caso di societa’ appartenenti a gruppi con affiliate in diversi Paesi dell’ UE, dato che gli Stati membri hanno compiuto diverse scelte in sede di recepimento dell’ ATAD, riguardo alla deducibilita’ degli interessi passivi, nelle rispettive normative nazionali.La pianificazione fiscale effettuabile da parte dei gruppi in considerazione – in forma di scelta fra le diverse normative nazionali di recepimento dell’ ATAD - si presterebbe ad essere considerata come aggressive tax planning nella misura in cui sfrutterebbe le differenze fra le scelte effettuate dai legislatori nazionali unicamente per massimizzare le possibilita’ di deduzione, tramite una prevalenza dell’ indebitamento (e la conseguente creazione di posizioni finanziarie passive)in capo alle società fiscalmente residenti in Stati UE che abbiano compiuto le scelte di implementazione dell’ ATAD in grado di consentire, per ciascun periodo di imposta, una maggior deducibilità di interessi passivi rispetto alla deducibilità ottenibile in altri Stati.

Considerando come, nei singoli casi concreti, i dati delle poste di bilancio di società di gruppo presenti in diversi Stati dell’ UE, malgrado la differenza fra i diversi Paesi UE nella loro tassonomia XBRL,  risulteranno comunque comparabili nell’ ottica della natura commerciale o finanziaria (in particolare per le società che adottino i principi contabili internazionali, ed, in ogni caso, alla luce della similarità fra principi contabili nazionali), ne deriva che gli indicatori della posizione finanziaria netta infragruppo,  del costo del debito finanziario  e del grado di finanziarizzazione possono essere facilmente costruiti anche per gruppi aventi società residenti - e tenute al deposito dei bilanci - in diversi Paesi dell’ UE.La fonte degli indicatori, costituita da dati tratti da bilanci depositati, in altri termini da dati certi e non piu’ modificabili, aumenta la credibilità e la valenza segnaletica degli indicatori stessi.Per tali gruppi,  quanto maggiori risultano i valori di una eventuale posizione finanziaria netta negativa e del grado di finanziarizzazione, segnalando cosi’  l’importanza degli oneri finanziari nella formazione del risultato economico consolidato e l’ importanza della loro deduzione ai fini della riduzione dell’ imposta sulle società pagabile,tanto piu’ vantaggiosa risulta essere – in costanza di costo del debito finanziario – l’ elusione fiscale intra-UE (nella fattispecie, tramite le scelte di indebitamento  in capo a specifiche società del gruppo) che la stessa ATAD mira ad evitare. A sua volta, una visione dinamica e comparatistica dell’ andamento degli indicatori, cioe’ una analisi dei valori assunti da tali indicatori per un medesimo gruppo da un periodo di imposta all’altro, e un raffronto con i valori assunti dagli indicatori per gruppi operanti nello stesso settore, consente di individuare i casi di maggior divergenza rispetto alla media dei valori osservabili.

Gli indicatori assumono dunque importanza cruciale non soltanto ai fini di un monitoraggio della propria posizione in termini di struttura finanziaria (dunque di effetti delle scelte di indebitamento) da parte dei gruppi, ma anche ai fini delle attivita’ di controllo da parte delle amministrazioni fiscali in termini di individuazione di contribuenti in grado di porre in essere strategie di aggressive tax planning tramite la deduzione degli interessi passivi.

Alla luce della valenza segnaletica degli indicatori, sia nel caso di gruppi con affiliate soltanto italiane che nel caso di gruppi con affiliate in piu’ Paesi dell’UE, quale strumento in grado di contribuire ad individuare casi di scorretta applicazione delle disposizioni ex Art. 96 Tuir e di aggressive tax planning inconciliabile con gli scopi dell’ ATAD stessa, appare anche evidente l’ importanza pratica di un motore di istantanea (classificazione ed) analisi dei dati tratti dal formato XBRL - un autentico XBRL Data Analytics Engine– che, grazie al proprio sottostante sistema di intelligenza artificiale, sia in grado di distinguere senza rischi di errori, in tutti i bilanci pubblicati, i debiti finanziari dai debiti commerciali, e di calcolare istantaneamente i valori degli indicatori su dati definitivi. XBRL Data Analytics Engine diviene infatti, proprio grazie a tali sue funzionalità estensive diviene anche uno strumento pratico “pro-ATAD” (o, in altri termini, “anti-elusione”) per le amministrazioni fiscali, oltre che uno strumento in grado di aumentare facilmente la leggibilità delle informazioni finanziarie contenute nei bilanci, e la comprensione dello “stato di salute finanziaria” delle societa’,  a beneficio di tutti i potenziali utilizzatori dei bilanci stessi.

Conseguentemente, consentendo di aumentare la trasparenza dell’ informazione ritraibile dai bilanci, l’ utilizzo del nostro meccanismo XBRL Data Analytics Engine risulta anche – per le società quotate - pienamente coerente con gli obiettivi perseguiti dalla Direttiva 2004/109/CE (Direttiva sulla Trasparenza), come modificata dalla Direttiva 2013/50/UE. In particolare, dal momento che tale ultima Direttiva, al fine di ridurre l’ onere amministativo a carico di piccoli e medi emittenti di valori mobiliari, ha abolito l’obbligo di pubblicare un resoconto intermedio o una relazione finanziaria trimestrale, l’ immediata intelligibilità delle informazioni offerta dal XBRL Data Analytics Enginetramite l’istantanea classificazione/analisi dei dati e l’elaborazione automatizzata degli indicatori, risulta cruciale per conciliare la riduzione dell’ onere amministrativo a carico di tali emittenti con il mantenimento del necessario grado di trasparenza informativa per i portatori di interesse.

In conclusione, l'utilizzo del nostro XBRL Data Analytics Engine – da un lato  in ottica di segnalazione dei casi di potenziale pianificazione fiscale aggressiva non conciliabile con gli scopi dell’ ATAD è un eccellente supporto informativo per Advisors ed Analisti del Bilancio e dall’altro lato in ottica di verifica della propria posizione finanziaria per le società e di trasparenza informativa per tutti gli stakeholders dell'impresa che risulta anche maggiormente  funzionale alla luce del Regolamento ESEF (Regolamento Delegato 2018/ 815 della Commissione Europea del 17 dicembre 2018), che ha introduce l’ obbligo per tutte le societa’ quotate di redigere i bilanci consolidati in formato elettronico a partire dall’ esercizio 2020, proprio per conseguire gli stessi obiettivi di trasparenza, accessibilita’, analisi e comparabilita’ che lo XBRL Data Analytics Engine si propone.

In tale prospettiva, dato che formato ESEF non consente ancora di ottenere dati certi ed in maniera non modificabile,  il valore aggiunto apportato dal nostro XBRL Data Analytics Engine, invece, permette di ottenere (indicatori basati su) dati certi e certificati per tutta la platea degli stakeholders e quindi risulta determinante per il pieno conseguimento di tali obiettivi. 

 


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IL RISCHIO NEL PENSIERO ECONOMICO

Per loro natura tutte le attività economiche sono volte al futuro e pertanto sicché il futuro è incerto saranno incerti inevitabilmente i futuri risultati dell’attività economica. 

Il Rischio accompagna quindi la maggiore parte delle attività economiche di un Paese. 

Il concetto di “rischio” nasce proprio nell’economia sin dalla nascita delle prime teorie economiche che ci hanno portato ai giorni nostri.

Gli psicologi intendono che il “rischio” sia definibile come un atteggiamento dell’individuo avverso al futuro incerto in quanto dall’incertezza ne deriva un comportamento le cui decisioni sono spesso irrazionali e non invece razionali. Precisano quindi che gli individui di un’economia sono per loro natura avversi al rischio.

Questa distinzione tra operatori avversi al rischio e non, permette di definire già da se un’economia che prospera da un’economia che non lo potrà mai fare, secondo una congettura Malthusiana, per il semplice eccesso di sproporzionalità tra operatori avversi al rischio rispetto agli operatori che investono nel futuro, ossia coloro che rischiano. 

Fu l’economista John Maynard Keynes dei primi anni venti del 900, a scrivere nella sua teoria generale (the General Theory of Employment, Interest and Money - 1936) nella parte che dedica alla necessità di una politica monetaria attiva (ripercorrendo ed accentuando le tesi di Alfred Marshall e Pigou) a scrivere testuali parole anche riportate nello splendido libro “il mercato nel pensiero economico” (Ingrao e Ranchetti): 

Tenendo presente che il contesto ove si muovono imprenditori, uomini di affari, consumatori pubblico ed investitori è dominato da una profonda incertezza sul futuro ”il fine dell’intervento del Governo non deve essere tanto quello di imporre alla realtà del mercato capitalistico le regole della concorrenza perfetta come proposto dai marginalisti e dai neoclassici, ma piuttosto quello di sfruttare il carattere del capitalismo facendo appello al profondo istinto degli individui di fare quattrini e di amare i quattrini, come principale forza motrice della macchina economica, l’intervento del Governo ha il compito di migliorare la tecnica del capitalismo moderno”.... 

Gli studi degli economisti sono stati quindi rivolti al mercato del rischio ovvero al mercato dell’assicurazione che rappresenta un importante settore dell’economia nel quale gli individui comperano sicurezza contro il rischio finanziario derivante da eventi futuri incerti come possono essere malattie, incidenti e altre disavventure attraverso la stipula della polizza assicurativa pagando il premio in cambio del quale si riceve la promessa che saranno effettuati alcuni pagamenti a suo favore se l’evento contro il quale si è assicurato si verifica. 

Sul punto gli economisti hanno identificato due problemi che limitano l’uso dell’assicurazione come Strumento per gestire il rischio che sono: la selezione avversa e il rischio morale (moral hazard)  che è la condizione in cui un soggetto, potendo contare sulla tutela contro un determinato rischio (evento futuro incerto) opera prestando minore attenzione ad evitare che l’evento rischioso si concretizzi e quindi assume comportamenti più rischiosi o addirittura ne provoca la manifestazione dell’evento assicurato.

Oggi per “rischio” si intende la possibilità che si verifichi un evento futuro incerto e sfavorevole.

Più precisamente il termine rischio indica la variabilità dei possibili eventi futuri che per un’impresa (o imprenditore) possono essere gestiti con il “risk management” (rischio crisi, rischio illiquidità, rischio settore, rischio mercato, rischio operativo, rischio tecnologico etc....).

 


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