CREDIT RISK MANAGEMENT: UN APPROCCIO DINAMICO CON RATING STANDARD

Alla luce delle raccomandazioni dell’Unione Europea n° 2014/133 e n° 2015/818 (recepite dal nostro legislatore con il D. Lgs 155/2017), il nuovo Codice della Crisi d’Impresa e d’Insolvenza (CCII) incalza la corporate governance a far propria e a stabilire la necessità di una efficiente gestione dei rischi d’impresa tramite la tempestiva prevenzione e la corretta mitigazione dei rischi, al fine di trasformare la minaccia in un vantaggio competitivo a beneficio di tutti gli stakeholders: azionisti, finanziatori, management, dipendenti, clienti, fornitori.

E con il nuovo CCII gli organi amministrativi sono tenuti a passare da un approccio statico ad un approccio dinamico della gestione del rischio, tale da consentire loro di avere una piena comprensione della realtà interna all’azienda.

Si tratta in sostanza di dare la massima importanza alla valutazione dei rischi d’impresa, perché ogni impresa – lo sappiamo per esperienza diretta – vive in un ambiente incerto, fluido, spesso inafferrabile, sempre pieno di rischi e tranelli, e ogni rischio può produrre effetti negativi, e d’altra parte è sempre difficile misurare l’eventualità di un danno derivante dai processi in corso e (tanto più) dagli eventi futuri.

E poi sappiamo tutti che ci sono rischi e rischi: rischi provenienti più o meno direttamente  dall’ambiente esterno o da esso derivanti per situazioni contingenti e/o provocati da agenti estranei all’attività imprenditoriale: il contesto socioeconomico e geopolitico in cui l’azienda opera, il tessuto normativo e regolamentare, gli eventi naturali (particolarmente per il settore agricolo) e i fenomeni di origine atmosferica, ambientale, accidentale; mentre i rischi interni, dipendenti cioè da fattori endogeni (come le strategie aziendali, i modelli organizzativi e di corporate governance, l’efficienza nel monitoraggio e nella gestione del rischio di credito) vengono troppo spesso trascurati o tacitamente esorcizzati: è un rischio interno l’analisi o la mancata analisi di una struttura finanziaria di sostenibilità di medio-lungo periodo, come è un rischio interno l’analisi o la mancata analisi di redditività e di comparabilità.

Certo, è oneroso per il piccolo imprenditore e per la media impresa (PMI) darsi una struttura concettuale, conoscitiva, strumentale che sia in grado di analizzare efficacemente il proprio mercato. Ma qui si tratta generalmente di rischi strettamente collegati ad azioni poste in essere dall’azienda per il perseguimento dei propri obiettivi.

 

Tuttavia sarà sempre importante, preventivamente, conoscersi bene e sottoporre a un corretto esame i propri rischi interni, che per lo più prendono forma e consistenza in assenza di efficienti attività di controllo e mitigazione ai rischi, i quali esistono indipendentemente dalle eventuali azioni mitigatrici poste in essere e dalle variabili esogene, esterne.

Cosa significa in sostanza, individuare (prima) e gestire (poi) i rischi?

Significa individuare e analizzare (x-ante) quali possibili eventi negativi possono avverarsi e che impatto possono avere sull’attività aziendale nelle rispettive aree di interesse (area operativa tipica, area accessoria, area finanziaria ed area fiscale). La classificazione corrente suddivide questi possibili eventi negativi in sei categorie:

- rischi strategici: derivano dalle decisioni prese dal management, come per esempio la delocalizzazione o la scelta di un nuovo fornitore strategico;

- rischi finanziari: derivano fondamentalmente dalle scelte che riguardano le fonti di finanziamento e la gestione della tesoreria;

- rischi operativi: derivano dalle attività organizzate e poste in essere nel processo quotidiano dell’attività imprenditoriale;

- rischi commerciali: derivano dal rapporto con i mercati di riferimento, per esempio dal grado di percezione dei prodotti presenti nel mercato, dalla reputazione corrente, dall’offerta dei prezzi, dalle capacità di entrare in relazione con i clienti;

- rischi tecnologici: derivano dal livello delle proprie capacità di innovazione;

- rischi fiscali: derivano non solo dal livello di effettiva tassazione, ma anche dalla capacità dell’azienda di operare con strutture organizzative adeguate e consone allo svolgimento del business, per non correre il rischio di operare in violazione di norme di natura tributaria e in contrasto con i principi e le finalità dell’ordinamento.

 

Fatte queste premesse generiche sono utili per osservare che la maggior parte delle indagini che vengono svolte nel rapporto banca-impresa in vista dell’ottenimento di finanziamenti da parte dell’impresa, fanno ancora particolare riferimento ai metodi di valutazione in essere da Basilea 2 a Basilea 3 che sono importanti per i finanziamenti da parte dell’impresa i quali utilizzano matrici con Indicatori standardizzati per la maggiore a vasti segmenti di Imprese che per loro natura sono differenti tra loro ancorché appartenenti a medesimi settori.

Evidenziamo in questo articolo che ad oggi le imprese vengono “classate” o meglio, suddivise in classi di meritevolezza attraverso calcoli di rating (valutazioni) che possono essere sia interni alla Banca sia esterni, ossia promulgati da agenzie esterne. Su questo punto si vuole osservare che i principali modelli di rating vengono utilizzati in maniera standardizzata attraverso un numero esiguo di pochi indicatori il cui significato di fondo, tuttavia, fa parte di una più larga famiglia di indicatori in uso nella scienza dell’economia e della finanza aziendale. E’ doveroso infatti domandarsi se la credibilità di un’azienda possa realmente poggiare il suo fondamento attraverso indicatori standardizzati i quali offrono rating di valutazione e parametrati con un numero di indicatori esiguo. Il dato di fatto più importante è che il sistema bancario sia stato indotto attraverso i sistemi di Basilea a poter concedere nuova finanza a realtà che non erano meritevoli della concessione di nuove risorse finanziarie, e questo dato di fatto è oggettivamente dimostrato dall’eccessivo numero di “non performing loan” senza mai divenire ad una trasparente ottimizzazione delle informazioni esposte nel Bilancio.

Non è un caso che in Italia, alla luce del recente passato caratterizzato da una dirompente crisi finanziaria si sia sviluppato il business della cartolarizzazione di crediti inesigibili (o non performanti – non performing loan -).  E’ infatti di fondamentale importanza evidenziare che il sistema di Basilea ha portato a notevoli criticità nel rapporto banca-impresa (e nel sistema bancario) e che, alla luce delle possibilità offerte dalle tecnologie avanzate, potrebbe portare questi modelli di “rating” ad uno stato di obsolescenza e disuso, o meglio di superamento da sistemi di monitoraggio dinamici.

Ebbene, i calcoli con i rating “standard” utilizzati per la maggiore dal mondo bancario come lo sono il sistema di Rating Z-Score di Altman ad esempio il quale per esempio utilizza per tutte le imprese di un settore determinato, i valori di una struttura patrimoniale d’impresa (attivo e passivo corrente) che contengono variabili di natura finanziaria con variabili di natura operativa (più strettamente legate alla gestione caratteristica) al fine di ottenere il classico indicatore di liquidità “current ratio”, potrebbe essere un sistema ormai superato ed obsoleto poiché detto valore potrebbe avere poco senso in vista di un giudizio diagnostico formulato sulla sostenibilità finanziaria dell’impresa in seno al business operativo.

Da qui la nuova cultura volta alla trasparenza informativa di Bilancio conduce inevitabilmente ad una maggiore intellegibilità del Bilancio che viene rappresentato agli stakeholders anche per altre motivazioni, le più importanti sono il livello dei Non Performing Loan che hanno portato ad un alto rischio finanziario nel passato e da cui scaturiscono Direttive sulla Trasparenza delle informazioni che non potranno più essere informazioni univoche tra due interlocutori ma informazioni condivisibili da tutti gli stakeholders. 

 


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